Columbia 1959, il blog di Roberto Marega
Jazz
venerdì 30 maggio 2014
BERNIE WALLACE (1978) - THE FOURTEEN BAR BLUES
E' difficile per me interpretare le emozioni seguite all'ascolto di questo album di Bernie Wallace, sassofonista statunitense, classe 1948.
Il suo sassofono sordo, profondo in alcuni pezzi si lascia andare a virtuosismi che in genere non apprezzo nella musica jazz, in altri invece il suono è fluido, perfettamente intrecciato tra il sassofono di Wallace, il basso vivace di Eddie Gomez e la batteria di ordinanza di Eddie Moore.
Alcuni passaggi sono poi addirittura illuminanti, come l'atmosfera da jazz bar metropolitano di 'Chelsea Bridge', il ritmo veloce di 'Trinkle tinkle', la trama sofisticata di 'Broadside' e il sassofono dominante di 'The fourteen bar blues' sono le sensazioni che maggiormente ricorderò dall'ascolto di questo cd.
Non rimarrà nella storia del jazz ma si fa ascoltare con piacere.
mercoledì 21 maggio 2014
MOUNTAINSCAPES (1976) - BARRE PHILLIPS
Philippe Barre è un Contrabbassista e compositore americano, classe 1934.
Inizia molto presto a studiare contrabbasso e grazie al fratello compositore conosce Ornette Coleman, primo jazzista di un certo livello con il quale inizia a suonare.
Nei primi anni 70 si unisce al batterista Stu Martin e al sassofonista John Surman, con i quali inizia una prolifica collaborazione. Insieme danno vita nel 1976, all'album Mountainscapes, sotto la guida del boss di una neonata Ecm, il visionario Manfred Eicher, in un clima fervido di cambiamenti, rotture e voglia di sperimentare come quello degli anni 70.
L'album si identifica appieno con quegli anni, sia per le tipiche sonorità che si possono riscontrare anche in album rock, sia per lo stile impiantistico del cd teso a sorprendere l'ascoltatore-interlocutore con suoni vibranti e fino allora mai introdotti in una incisione.
L'album si compone di 8 tracce, che costituiscono un unicum stilico-musicale nelle intenzioni del compositore e degli interpreti come si può intuire dai titoli che vanno da Mountainscape I a Mountainscape VIII.
Personalmente è un cd che mi ha molto affascinato, anche sorpreso non avendo mai ascoltato Barre Phillips, il quale gioca sulle sue molteplici evoluzioni sonore, come sulle libere interpretazioni stilistiche per creare delle rotture sulla trama seducente e ossessiva creata dal suo contrabbasso.
Di rilievo anche le interpretazioni di Stu Martin alla batteria e come sempre avvincenti i giochi di contrasto realizzati dal sassofono baritono di Surman.
Un album da ascoltare e riascoltare piu volte, senza il rischio di annoiarsi.
martedì 22 aprile 2014
UNA MAS (1963) - KENNY DORHAM
Kenny Dorham è stato un trombettista e compositore americano piuttosto sottovalutato da critica e pubblico del suo tempo, mentre ad oggi è in atto una rivalutazione critica che parte anche da Una Mas, uno dei suoi migliori album registrato con la collaborazione del sassofonista Joe Henderson.
Il tono esotico, un sottofondo di musica brasiliana su una base bop è davvero ben riuscita e il gruppo guidato da Kenny Dorham suona in maniera incantevole sia da un punto di vista melodico che tecnico, oltre alle azzeccate improvvisazioni. Quattro pezzi che entrano dritti nella storia del jazz anche se con differenti misure.
'Una mas' è sicuramente il pezzo più rappresentativo dell'album, formato da una trama bop intrisa da musica brasiliana, improvvisazioni, assoli ma soprattutto grande affinità tra il sassofono e la tromba che suonano all'unisono.
I due si capiscono, sono amici, si esaltano a vicenda senza mai annullarsi. Non è una gara tra prime donne o tra virtuosi dello strumento, ma un suonare per il piacere di farlo, per la gioia che provoca in chi suona che si trasmette inevitabilmente all'ascoltatore (anche a 51 anni di distanza).
Il piano di Hancock accompagna con una classe cristallina il duo di fiati, concedendosi talvolta escursioni sullo spartito, ma sempre con uno stile morbido e vellutato, un fraseggio fluido e mai banale.
La seconda traccia 'San Paolo' trasmette le stesse intense vibrazioni della prima traccia; l'atmosfera è rilassata ma al contempo tesa alla ricerca dell'alchimia perfetta, mentre 'Straight Ahead' è scatenata, irrefrenabile, suonata in maniera aggressiva mentre il suono esce chiaro, solare dagli strumenti del quintetto.
Infine 'If Ever I would leave you' è una ballata quasi 'normale' in un album nel complesso di altissimo livello, quasi a riportarci sulla terra prima del termine dell'album.
Un accenno anche alla batteria di Tony Williams, quasi sacrificata da tanto talento, in realtà un accompagnamento insostituibile per il leader.
Kenny morirà nel 1972 a soli 48 anni per una malattia ai reni. Quest'album ce lo ricorderà per sempre come un jazzista di classe assoluta e cristallina.
venerdì 4 aprile 2014
THE WELL (2011) - TORD GUSTAVSEN
Tord Gustavsen è un pianista norvegese considerato dagli addetti ai lavori in rapida ascesa nel panorama jazzistico mondiale.
Il suo stile armonico e intellettuale, le sue composizioni eleganti, il suo stile originale hanno fatto breccia in una casa discografica sempre molto attenta a ingaggiare i migliori talenti mondiali. Se poi sono come Tord norvegesi e quindi per affinità elettive si avvicinano in modo naturale allo stile Ecm ecco che allora il successo è assicurato.
In 'The Well' il Tord Gustavsen trio diventa un quartetto con l'aggiunta del sassofono ai già affiatati suoni del pianoforte di Tord, il basso e la batteria.
Tutti i pezzi dell'album hanno una loro storia, una loro trama ma al contempo si amalgamano perfettamente alla sonorità complessiva estremamente rilassata, concentrata su suoni minimalisti e su uno stile tipicamente nordico.
Intellettuali e al contempo orecchiabili Suite e Prelude, raffinate e liriche tutte le altre tracce.
I suoni sono volutamente ricercati, studiati prima per essere suonati dal vivo e poi raffinati con un preciso lavoro di cesello in studio di registrazione e qui l'intervento di Ecm è un vero marchio di fabbrica.
Nel complesso un album colto, rilassato, intellettuale ma con la volontà caparbia di farsi capire dall'appassionato medio di jazz, da ascoltare in un giorno di vento e pioggia che batte sui vetri, magari in un pomeriggio di tardo autunno.
martedì 1 aprile 2014
BLUE TRAIN (1957) - JOHN COLTRANE
Un altro album che è entrato nella storia del jazz per non uscirne più. E' datato 1957 e la sua impostazione rigorosamente hard bop su un impianto stilistico blues, non lo rendono un album attualissimo; eppure la genialità di Cotrane nella composizione e nell'improvvisazione del suo sax tenore si stagliano come cime inarrivabili al cospetto di un alpinista inesperto.
C'è anche da sottolineare che in Blue Train si assiste al contributo, solo apparentemente posizionato in secondo piano, di musicisti del calibro di Lee Morgan alla tromba, Curtis Fuller al trombone, Kenny Drew al pianoforte, Paul Chambers al basso e Philly Joe Jones alla batteria.
Oggi si parlerebbe di un supergruppo, all'epoca si parlava più naturalmente di un sestetto formato da alcuni giovani jazzisti promettenti e di altri un po' più affermati e ricercati per la loro capacità tecniche, di improvvisazione e per la loro esperienza.
L'album è musicalmente posizionato verso la fine dell'influenza hard bop (che risente ancora del blues) e la sua potenza espressiva è in grado di rappresentare appieno la lotta per l'affermazione dei diritti dei neri.
In seguito il jazz modale e poi il free jazz cambieranno radicalmente il modo di suonare e ascoltare il jazz e ancora una volta Coltrane, come del resto i più grandi jazzisti del suo tempo, sapranno cavalcare da protagonisti questi cambiamenti, con album come 'Giant Steps' ed 'A love supreme'. Ma questa è un'altra storia . . . . .
giovedì 13 marzo 2014
LOVE LETTERS (2003) - ROY HAYNES
Non conosco i retroscena ma sta di fatto che nel 2003 il batterista Roy Haynes si è ritrovato a suonare con quello che si può definire un gruppo di altissimo livello, potendo contare sulla chitarra di John Scofield, sul basso di Dave Holland e di Christian McBride, sul piano di Kenny Barron e Dave Kikoski, e sul sassofono di Joshua Redman.
Dopo aver suonato con tutti i principali jazzisti di ogni tempo, aver suonato tutti o quasi i generi musicali, Roy si è distinto anche come leader e di cui l'album Love Letters rappresenta senza dubbio uno dei punti più alti della carriera musicale del batterista americano.
Si parte con l'esplosiva 'The best thing for you', per poi virare sul be-bop di 'That old feeling' con il delicato lavoro al basso di Holland che si intreccia alla chitarra di Scofield; 'Afro blue' è un capolavoro di tecnica solista che si amalgama alla perfezione in una trama fitta ed elegante. Si cambia ancora ritmo con la classica 'Que pasa?', le note appena accennate sopra la trama del basso di Hollande di 'How deep is the ocean', e ancora 'Love Letters' con un ispirato Roy Haynes che si erge a leader, la ballata anticonvenzionale di 'My shining hour'.
Terminano l'album 'Stompin' at the savoy' con uno stile molto simile a 'That old feeling' ma con un apporto più incisivo della chitarra e per finire la mistica, africana, 'Shades of Senegal 2' tutta incentrata sulla virtuosa ed espressiva batteria di Roy Haynes a chiudere in bellezza un album unico, ispirato e ambizioso.
lunedì 3 marzo 2014
BRING SIZE LIFE (1975) - PAT METHENY
Mi piace andare a ritroso nel tempo e riscoprire i primi album dei musicisti jazz che più mi piacciono.
Bring size life è l'album d'esordio di un giovanissimo Pat Metheny, nella forma del trio con lo strepitoso basso di Jaco Pastorius e la batteria di Bob Moses.
Le sonorità sono particolarmente famigliari allo stile 'Metheny', che ha fatto scuola e lanciato un numero imprecisato di imitatori intorno al pianeta.
E' un cd dallo stile rassicurante, spesso giocato sull'intreccio di note tra basso e chitarra, che si nascondono per poi esplodere in assoli semplici eppure in grado di esprimere complessità espressiva.
Da apprezzare la veloce 'Bring size life', il monologo di Pat Metheny 'Unity Village', la progressione stilistica di 'Uniquity Road', la tranquillizzante 'Omaha Celebration poi ripresa in varie occasioni da Metheny e altri musicisti jazz, su tutti vedi John Scofield.
La trama timbrica fitta e sottile pervade tutte le tracce, che si rivelano di una semplicità complessa, come solo i grandi musicisti di ogni tempo sanno creare.
Iscriviti a:
Post (Atom)






