Jazz

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sabato 26 ottobre 2013

NOVEMBER (1992) - JOHN ABERCROMBIE



Il trio Abercombie alla chitarra, Marc Johnson al basso e Peter Erskine alla batteria che già da qualche tempo suonava insieme si avvale in questo album della partecipazione in alcuni pezzi del bravo sassofonista britannico John Surman.

'The cats back' inizia con un bel rassemblement di chitarra, basso, batteria e sassofono con un tono che passa da appena accennato a moderato a veloce sul finale.
'J S' riporta ad una mattina d'autunno di pioggia e vento e dopo l'attacco iniziale di un ispirato John Surman il ritmo si scopre lento e sottotraccia, con il lavoro ai piatti del grande Peter Erskine.
In 'Right brain patrol' è la chitarra mistica di Abercrombie a dominare il sound.
L'ispirata 'Prelude' si distingue per il duetto chitarra-batteria, che si alternano e a volte inseguono in un percorso tracciato dal basso in sottofondo di Marc Johnson.
E si arriva a 'November', 8 minuti di un Abercrombie essenziale e mai sopra le righe, accenni di chitarra di pochi secondi che si interrompono per poi riprendere, intervallati dal duo Erskine-Johnson a volte anche in assolo. E' uno dei pezzi più difficili stilisticamente e complesso da interpretare di tutto l'album.
'Rise and fall' vede il ritorno del sax di Surman, impegnato in note inizialmente basse per poi crescere e creare acuti e giravolte, mentre la chitarra gioca a nascondersi. Da annotare un gran lavoro al basso di Johnson.
Il resto dei pezzi a partire da 'John's Waltz' fino ad arrivare 'To be' ripresenta in tutto o in parte questo canovaccio stilistico ad eccezione di 'Come rain or come shine' e di 'Big Music', quest'ultima con un sound originale.

Abercrombie ha condotto nel corso del tempo un ricercato ritorno ad una certa tradizione stilistica che lo porta a suonare in modo molto naturale.
Sul suo particolare modo di suonare incide anche il suo essere definito un chitarrista 'dalla mano sinistra', specialista delle scale diminuite.          
L'album è originale e sorprende per certi passaggi stilistici anche dopo ripetuti ascolti. A mio avviso meritava una stella in più nel giudizio di All music.








mercoledì 23 ottobre 2013

HOUSE OF HILL (2006) - BRAD MEHLDAU TRIO



Brad Mehldau è uno dei più quotati pianisti jazz dei nostri giorni. Ha un passato da pianista classico e influenze che vanno da Bill Evans a Keith Jarrett.

Personalmente lo accosto più facilmente allo stile pacato e ancora moderno di Bill Evans.
Dal 1995 produce anche come solista e ultimamente si è cimentato spesso con un trio di piano, basso (Larry Granadier) e batteria (Jeff Ballard).
Ha uno stile raffinato e celebrale nel suonare il piano, mentre le sue composizioni sono stilisticamente complesse e talvolta di difficile interpretazione immediata.

In questo album il trio è ormai ampiamente affiatato e compatto nell'affrontare le situazioni melodiche più intricate come i passaggi più semplici.
House of hill è stato registrato tra il 2002 e il 2005, con un successivo passaggio in studio e relativa uscita nel 2006.

La partenza è in stile tipicamente classico con 'August Ending', mentre 'House of hill' è una dolce ballata. 'Bealtime' è monocorde e Happy tune è scherzosa.
Da sottolineare anche la raffinata 'Waiting for even' con il sapiente utilizzo dei piatti da parte di Ballard.




mercoledì 16 ottobre 2013

LINE BY LINE (2006) - JOHN PATITUCCI



Bassista e contrabbassista statunitense (Brooklyn, 1959), è uno dei più quotati bassisti jazz in attività.
Dopo gli studi e la gavetta emerge dall'anonimato iniziando la collaborazione con Chick Corea nel 1985, con cui incide diversi album. Nel 1998 entra a far parte del Roy Haynes Trio, poi negli anni '90 suona con il quartetto di Wayne Shorter e successivamente con un quintetto condotto da Herbie Hancock.

Jazzista particolarmente eclettico, ha alternato l'insegnamento alla musica, le collaborazioni internazionali di stampo jazzistico alla composizione e registrazione di colonne sonore.

Nel 1987 inizia l'attività di composizione con l'album 'John Patitucci', per poi comporre altri 13 album tra il 1989 e il 2012.
Tra questi nel 2006 esce per l'etichetta Concord, Line by Line.
E' un disco raffinato, dal ritmo fluido ma non esuberante, con due pezzi centrali di stampo classico suonati con la prevalenza di contrabbasso e violoncello come 'Nana' e 'Theme and Variation for 6-string bass and strings', obiettivamente un po difficili da interpretare soprattutto al primo ascolto.
L'influenza di Potter si può riscontrare in 'Agitato' e 'Foklore', mentre Brian Blade si conferma uno dei migliori batteristi jazz del momento.
Raffinata 'The Root' con il duetto iniziale chitarra, basso poi sostenuto dalla batteria. 'Circular' è moderna, Lyne by Lyne si distingue per il singolare stile al sax di Potter, mentre quasi improvvisato risulta il sound di 'Evidence'.

Pur non essendo il più facile tra gli album di Patitucci e forse neanche il più rappresentativo ritengo sia assolutamente da ascoltare.




lunedì 7 ottobre 2013

LIVE AT THE VILLAGE VANGUARD (2010) - LEE KONITZ



Classe 1927, Lee Konitz si avvicina al jazz da giovanissimo con l'amico e maestro Lanny Tristano. Inizia a suonare la fisarmonica, poi passa al sassofono tenore e al sassofono contralto.
Influenzato dal cool-jazz, dal 1949 subisce anche il fascino del free-jazz, oltre a suonare in varie orchestre che si formano a partire dagli anni '50.

Live del 1956 rivisto nel 2010, è un disco fortemente rappresentativo del modo di suonare di Konitz, che si cimenta sia nel sax alto sia in quello tenore con naturali influenze bop.
Tra gli interpreti dell'album del 1956 il pianista Jimmy Rowles, il chitarrista Billy Bauer e il bassista Peter Ind.

Si parte con il sound bop di 'Cherokee', per poi passare allo stile club metropolitano di 'Subcocius-Lee'; a seguire la ballata 'I remember you' con la bella interpretazione al piano di Rowles, mentre in 'Polka Dots e and Moonbeams' è il sax tenore di Konitz a rievocare le strade di New York a tarda notte; lo stile moderno di 'Color' con la bella batteria di ....(?) a dettare i tempi e la raffinata 'Kary's trance' formano come un interludio per Thingin' con la bella introduzione del sax di Konitz sulle note appena accennate di batteria, piano e basso e poi sempre più ''freewheeling' come a concludere in uno studiato crescendo di tecnica e ritmo.  

Consigliato agli amanti del jazz più classico che sa resistere alle mode e agli stili che cambiano con il tempo.



mercoledì 2 ottobre 2013

WHENEVER I SEEM TO BE FAR AWAY (1974) - TERJE RYPDAL



Il chitarrista e compositore norvegese si è cimentato nel 1974, a soli 27 anni, in questo album eclettico in compagnia di un quintetto tutto scandinavo tra cui il componente più famoso è il batterista Jon Christensen.

Era già il suo terzo album con l'etichetta ECM come leader.
Il primo pezzo 'Silver bird is heading for the sun' è spiazzante per il suo sound progressive-rock, che si attenua nella parte centrale per poi risorgere su un finale decisamente muscolare.
Sicuramente influenzato dal suo passato di musicista rock e da Bitches Brew, questo pezzo è davvero singolare per melodia e originalità.
Con 'The hunt' invece Terje si cimenta nello stile tipicamente nordico che ha caratterizzato gli album di diversi jazzisti scandinavi e influenzato molti altri jazzisti di ogni parte del mondo.
Le percussioni di Christensen si ergono a guida come a tracciare una nuova strada in mezzo ad una foresta nordica, mentre il French horn di Odd Ulleberg danno il via alla Sudfunk Symphony Orchestra, che per 18 vibranti minuti alternano una musica quasi lunare.
Questo pezzo mette in evidenza il grande senso armonico espresso con il solito particolare lirismo di Rypdal.
'Whenever I seem to be far away', è come una fusione dei primi due pezzi. Ritmo puro alternato ad assoli di strumenti a fiato vari e un finale con un ritorno al progressive-rock.

Un album che si può definire sperimentale, jazz con contaminazioni rock e un sound originale.
Consigliato.