Jazz

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mercoledì 18 dicembre 2013

SUNDAY AT VILLAGE VANGUARD (1961) - BILL EVANS TRIO



Per alcuni è il miglior disco jazz live di sempre, per altri no. Sunday at Village Vanguard di Bill Evans rimane in ogni caso un disco di grande classe, innovativo, registrato in presa diretta senza interventi di post-produzione.

Gli interpreti di questo cd, Bill Evans al piano, Scott Lo Faro al basso e Paul Motian alla batteria, si sono ritrovati il 25 giugno 1961 al Village Vanguard di New York, un locale jazz molto conosciuto e di moda che ospitava abitualmente sessioni jazz.
Quello che contraddistingue questo album è l'innovativo modo di suonare di basso e batteria, ovvero le sezioni ritmiche, spesso fino ad allora rilegate in secondo piano e che qui invece lasciano una loro impronta chiara ed originale per i tempi.

Il trentaduenne Bill Evans che arriva dalla registrazione due anni prima dello storico Kind of Blue di Miles Davis, guida con incredibile ispirazione il trio su note morbide e sempre ben bilanciate senza mai prevaricare ma quasi 'accompagnando' il basso e la batteria.
Il venticinquenne Scott Lo Faro, frenetico e innovativo nel suo modo di suonare il basso, e incredibilmente maturo vista la giovane età, che morirà pochi giorni dopo la fine della registrazione.
Infine un trentenne Paul Motian e il suo stile inconfondibilmente elegante di suonare la batteria, quasi ad accarezzare i piatti con le spazzole.

Un album innovativo per i tempi da ascoltare con attenzione e intensa ammirazione . . .










giovedì 12 dicembre 2013

OUT OF LUNCH (1964) - ERIC DOLPHY



Anni '60 del secolo scorso, un quintetto jazz da favola e un'idea chiara e precisa in testa: produrre un album non convenzionale, ambizioso e avanguardista.

Un frenetico Freddy Hubbard alla tromba, l'eclettico Eric Dolphy al clarinetto, flauto e sassofono, l'ispirato Bobby Hutcherson al vibrafono, l'incisivo Richard Davis al contrabbasso e un sontuoso Tony Williams alla batteria.
Out to lunch è un disco che ha sfidato la storia jazzistica, rimanendo una pietra miliare della musica del suo tempo e non solo.
Ancora oggi riascoltandolo si percepisce lo sforzo creativo, la ricerca del non banale, l'esigenza di non accontentarsi, la voglia di fare qualcosa di nuovo.
Potrei parlare della particolare univoca tessitura con cui Dolphy suonava clarinetto, sassofono e flauto, o della straordinaria capacità solista di Tony Williams, simbolo della batteria moderna. O ancora della potenza e dell'eccezionale controllo della tromba da parte di Freddy Hubbard; ma a mio avviso il rischio è quello di pensare a questo album come ad un lavoro di grande creatività di cinque jazzisti isolati.
Invece Out of lunch è figlio dei suoi tempi, molto diversi da quelli di oggi.
Preferisco invece immaginarmi un limpido mattino di febbraio del 1964, e cinque musicisti con i loro strumenti che entrano infreddoliti nelle sale di registrazione della Blue Note. Sono concentrati, sanno di avere tra le mani del materiale di alto livello da plasmare attraverso note, liriche, sequenze lunghe o corte e punteggiate, le sfumature, le sonorità e un pizzico di follia.
Dolphy suona con la solita irruenza di un tempo che sta per finire, mentre nella rare pause per un panino o un bicchiere d'acqua, ritorna implacabile nelle loro menti di tormentati musicisti il disco manifesto 'Free Jazz' di Ornette Coleman a cui lo stesso Dolphy aveva partecipato.

L'album uscirà dopo la morte di Dolphy avvenuta mentre era in concerto in Europa per coma diabetico all'età di 36 anni.



mercoledì 4 dicembre 2013

SUMMER KNOWS (1972) - ART FARMER



Art Farmer, classe 1928, incomincia a suonare jazz dopo il trasferimento della famiglia a Los Angeles. Negli anni della gavetta suona con i più grandi jazzisti dell'epoca, da Quincy Jones a Coleman Hawkins, da Monk a Mingus, e poi ancora McCoy Tyner e tanti altri.
Nel 1966 effettua l'originale scelta di trasferirsi a Vienna da dove continua la sua intensa attività jazzistica.

Nel 1972 incide insieme al pianista Cedar Walton, al bassista Sam Jones e al batterista Billy Higgins l'album Summer Knows, che contiene 6 pezzi di compositori vari tra cui Dirty dello stesso Farmer.
L'album è intriso di ballate struggenti, a partire dalla bellissima Summer Knows impregnata dal suono dolce del filicorno di Farmer.
Manha Do Carnival è invece una lirica sudamericana con un fondo di bossanova, mentre con Alfie si torna sullo stile della ballata da notte metropolitana con i toni caldi del filicorno, il tocco leggero ai tasti di Walton, e il gran lavoro alle spazzole di Higgins.
A seguire la struggente When I fall in love suonata al ritmo più lento e delicato possibile e dominata dai toni bassi.
Dirty è una semplice suonata ritmica forse inserita nell'album per spezzare la serie di ballate classiche; per finire chiude I should care, concepita su liriche molto tipiche degli anni '70.

    

mercoledì 27 novembre 2013

STONE IN THE WATER (2009) - STEFANO BOLLANI



Stefano Bollani classe 1972 è un pianista e compositore jazz italiano.
Effettua studi classici in conservatorio che gli consentono una assoluta padronanza e un certo rigore nell'utilizzo del piano.
Dopo aver raggiunto il successo internazionale si spinge verso la musica carioca che da una impronta ben definita a diversi suoi album.

In 'Stone in the water' si avvale della collaborazione del duo danese Jasper Bodilsen al basso e Morten Lund alla batteria.
Il materiale è stato composto da Bollani e da Bodilsen otre a alcuni brani firmati da Caetano Veloso e Antonio Carlos Jobim.
La scelta dei pezzi e il suono fluido e sensuale del pianista italiano concorrono alla perfetta amalgama complessiva dell'album.
Le dita di Bollani sembrano danzare leggere sui tasti del pianoforte, mentre la sezione ritmica è impegnata ad avvolgere il suono in un ritmo elegante e raffinato.
I suoi pezzi ma soprattutto il modo in cui sono suonati nascondono profonde riflessioni e melodie originali.

giovedì 14 novembre 2013

NO MAN'S LAND (1989) - ENRICO PIERANUNZI



Enrico Pieranunzi è un talentuoso pianista romano, classe 1949. Di formazione classica si è avvicinato al jazz verso la metà degli anni '70, riscuotendo subito un buon successo soprattutto di critica e successivamente di pubblico, grazie anche alla sua florida attività di compositore.

Alcuni critici ne sottolineano l'evidente influenza di Bill Evans. Probabilmente è vero, ma di sicuro il suo stile risente innanzitutto della sua formazione classica.
In 'No men's land' ci sono 5 pezzi originali e 3 standard, tutti perfettamente amalgamati nel sound dell'album.
I pezzi originali impressionano per la pulizia del suono, la perfetta integrazione della batteria e del basso a supporto dell'estro del pianista romano.
Tutti i pezzi sono studiati nei minimi dettagli.

Lo stile è generalmente elegante e romantico, mentre 'Land breeze' e 'If I should lose you' sono interpretate con uno stile più aggressivo ai tasti, quasi a dimostrare una perfetta padronanza delle tecnica.
Particolarmente ispirata 'No man's land', elegante e giocata su toni appena accennati 'Border Line', veloce 'Blues in C', romantica 'The man I love' di Gershwin.
Infine troviamo una interpretazione originale di 'My funny Valentine' e a chiudere 'Chimere' perfetta sintesi di un album ben suonato, originale e fortemente espressivo della maturità artistica di Pieranunzi.

giovedì 7 novembre 2013

ALDO ROMANO (2008) - JUST JAZZ



Batterista francese di origini italiane, è anche compositore di buon livello.
Il cd è piacevole e con un buon sound. La trama compositiva dei vari pezzi si preoccupa di non stancare mai l'ascoltatore, con cambi di ritmo, rari assoli e pezzi anche fuori dall'ordinario jazz.
Si mischiano infatti diversi generi come il twist di Chick Webb, o la banda in stile paesano di Township.

Henry Texier al basso, Geraldine Laurent al sassofono, Mauro Negri al clarinetto è il trio diretto alla perfezione dal batterista francese.
Cd che si fa ascoltare, senza troppe pretese.






sabato 26 ottobre 2013

NOVEMBER (1992) - JOHN ABERCROMBIE



Il trio Abercombie alla chitarra, Marc Johnson al basso e Peter Erskine alla batteria che già da qualche tempo suonava insieme si avvale in questo album della partecipazione in alcuni pezzi del bravo sassofonista britannico John Surman.

'The cats back' inizia con un bel rassemblement di chitarra, basso, batteria e sassofono con un tono che passa da appena accennato a moderato a veloce sul finale.
'J S' riporta ad una mattina d'autunno di pioggia e vento e dopo l'attacco iniziale di un ispirato John Surman il ritmo si scopre lento e sottotraccia, con il lavoro ai piatti del grande Peter Erskine.
In 'Right brain patrol' è la chitarra mistica di Abercrombie a dominare il sound.
L'ispirata 'Prelude' si distingue per il duetto chitarra-batteria, che si alternano e a volte inseguono in un percorso tracciato dal basso in sottofondo di Marc Johnson.
E si arriva a 'November', 8 minuti di un Abercrombie essenziale e mai sopra le righe, accenni di chitarra di pochi secondi che si interrompono per poi riprendere, intervallati dal duo Erskine-Johnson a volte anche in assolo. E' uno dei pezzi più difficili stilisticamente e complesso da interpretare di tutto l'album.
'Rise and fall' vede il ritorno del sax di Surman, impegnato in note inizialmente basse per poi crescere e creare acuti e giravolte, mentre la chitarra gioca a nascondersi. Da annotare un gran lavoro al basso di Johnson.
Il resto dei pezzi a partire da 'John's Waltz' fino ad arrivare 'To be' ripresenta in tutto o in parte questo canovaccio stilistico ad eccezione di 'Come rain or come shine' e di 'Big Music', quest'ultima con un sound originale.

Abercrombie ha condotto nel corso del tempo un ricercato ritorno ad una certa tradizione stilistica che lo porta a suonare in modo molto naturale.
Sul suo particolare modo di suonare incide anche il suo essere definito un chitarrista 'dalla mano sinistra', specialista delle scale diminuite.          
L'album è originale e sorprende per certi passaggi stilistici anche dopo ripetuti ascolti. A mio avviso meritava una stella in più nel giudizio di All music.








mercoledì 23 ottobre 2013

HOUSE OF HILL (2006) - BRAD MEHLDAU TRIO



Brad Mehldau è uno dei più quotati pianisti jazz dei nostri giorni. Ha un passato da pianista classico e influenze che vanno da Bill Evans a Keith Jarrett.

Personalmente lo accosto più facilmente allo stile pacato e ancora moderno di Bill Evans.
Dal 1995 produce anche come solista e ultimamente si è cimentato spesso con un trio di piano, basso (Larry Granadier) e batteria (Jeff Ballard).
Ha uno stile raffinato e celebrale nel suonare il piano, mentre le sue composizioni sono stilisticamente complesse e talvolta di difficile interpretazione immediata.

In questo album il trio è ormai ampiamente affiatato e compatto nell'affrontare le situazioni melodiche più intricate come i passaggi più semplici.
House of hill è stato registrato tra il 2002 e il 2005, con un successivo passaggio in studio e relativa uscita nel 2006.

La partenza è in stile tipicamente classico con 'August Ending', mentre 'House of hill' è una dolce ballata. 'Bealtime' è monocorde e Happy tune è scherzosa.
Da sottolineare anche la raffinata 'Waiting for even' con il sapiente utilizzo dei piatti da parte di Ballard.




mercoledì 16 ottobre 2013

LINE BY LINE (2006) - JOHN PATITUCCI



Bassista e contrabbassista statunitense (Brooklyn, 1959), è uno dei più quotati bassisti jazz in attività.
Dopo gli studi e la gavetta emerge dall'anonimato iniziando la collaborazione con Chick Corea nel 1985, con cui incide diversi album. Nel 1998 entra a far parte del Roy Haynes Trio, poi negli anni '90 suona con il quartetto di Wayne Shorter e successivamente con un quintetto condotto da Herbie Hancock.

Jazzista particolarmente eclettico, ha alternato l'insegnamento alla musica, le collaborazioni internazionali di stampo jazzistico alla composizione e registrazione di colonne sonore.

Nel 1987 inizia l'attività di composizione con l'album 'John Patitucci', per poi comporre altri 13 album tra il 1989 e il 2012.
Tra questi nel 2006 esce per l'etichetta Concord, Line by Line.
E' un disco raffinato, dal ritmo fluido ma non esuberante, con due pezzi centrali di stampo classico suonati con la prevalenza di contrabbasso e violoncello come 'Nana' e 'Theme and Variation for 6-string bass and strings', obiettivamente un po difficili da interpretare soprattutto al primo ascolto.
L'influenza di Potter si può riscontrare in 'Agitato' e 'Foklore', mentre Brian Blade si conferma uno dei migliori batteristi jazz del momento.
Raffinata 'The Root' con il duetto iniziale chitarra, basso poi sostenuto dalla batteria. 'Circular' è moderna, Lyne by Lyne si distingue per il singolare stile al sax di Potter, mentre quasi improvvisato risulta il sound di 'Evidence'.

Pur non essendo il più facile tra gli album di Patitucci e forse neanche il più rappresentativo ritengo sia assolutamente da ascoltare.




lunedì 7 ottobre 2013

LIVE AT THE VILLAGE VANGUARD (2010) - LEE KONITZ



Classe 1927, Lee Konitz si avvicina al jazz da giovanissimo con l'amico e maestro Lanny Tristano. Inizia a suonare la fisarmonica, poi passa al sassofono tenore e al sassofono contralto.
Influenzato dal cool-jazz, dal 1949 subisce anche il fascino del free-jazz, oltre a suonare in varie orchestre che si formano a partire dagli anni '50.

Live del 1956 rivisto nel 2010, è un disco fortemente rappresentativo del modo di suonare di Konitz, che si cimenta sia nel sax alto sia in quello tenore con naturali influenze bop.
Tra gli interpreti dell'album del 1956 il pianista Jimmy Rowles, il chitarrista Billy Bauer e il bassista Peter Ind.

Si parte con il sound bop di 'Cherokee', per poi passare allo stile club metropolitano di 'Subcocius-Lee'; a seguire la ballata 'I remember you' con la bella interpretazione al piano di Rowles, mentre in 'Polka Dots e and Moonbeams' è il sax tenore di Konitz a rievocare le strade di New York a tarda notte; lo stile moderno di 'Color' con la bella batteria di ....(?) a dettare i tempi e la raffinata 'Kary's trance' formano come un interludio per Thingin' con la bella introduzione del sax di Konitz sulle note appena accennate di batteria, piano e basso e poi sempre più ''freewheeling' come a concludere in uno studiato crescendo di tecnica e ritmo.  

Consigliato agli amanti del jazz più classico che sa resistere alle mode e agli stili che cambiano con il tempo.



mercoledì 2 ottobre 2013

WHENEVER I SEEM TO BE FAR AWAY (1974) - TERJE RYPDAL



Il chitarrista e compositore norvegese si è cimentato nel 1974, a soli 27 anni, in questo album eclettico in compagnia di un quintetto tutto scandinavo tra cui il componente più famoso è il batterista Jon Christensen.

Era già il suo terzo album con l'etichetta ECM come leader.
Il primo pezzo 'Silver bird is heading for the sun' è spiazzante per il suo sound progressive-rock, che si attenua nella parte centrale per poi risorgere su un finale decisamente muscolare.
Sicuramente influenzato dal suo passato di musicista rock e da Bitches Brew, questo pezzo è davvero singolare per melodia e originalità.
Con 'The hunt' invece Terje si cimenta nello stile tipicamente nordico che ha caratterizzato gli album di diversi jazzisti scandinavi e influenzato molti altri jazzisti di ogni parte del mondo.
Le percussioni di Christensen si ergono a guida come a tracciare una nuova strada in mezzo ad una foresta nordica, mentre il French horn di Odd Ulleberg danno il via alla Sudfunk Symphony Orchestra, che per 18 vibranti minuti alternano una musica quasi lunare.
Questo pezzo mette in evidenza il grande senso armonico espresso con il solito particolare lirismo di Rypdal.
'Whenever I seem to be far away', è come una fusione dei primi due pezzi. Ritmo puro alternato ad assoli di strumenti a fiato vari e un finale con un ritorno al progressive-rock.

Un album che si può definire sperimentale, jazz con contaminazioni rock e un sound originale.
Consigliato.

domenica 29 settembre 2013

STANDARDS AND BALLADS (2008) - WYNTON MARSALIS



Come molti altri famosi jazzisti che l'hanno preceduto e lo seguiranno, anche Wynton Marsalis si è cimentato nel rifacimento di pezzi standard e famose ballate di jazz.

Premetto che la scelta dei brani e l'esecuzione del trombettista americano non mi ha particolarmente entusiasmato, dal tono lirico e senza variazioni sul tema classico.
Al di la di qualche pezzo ricercato, nel complesso si ha come l'impressione di un album costruito per piacere, per vendere copie anche ad un pubblico meno smaliziato.

Nulla da dire sulla selezione di brani tra cui 'A foggy day', 'Django', 'April in Paris', 'Caravan' tra gli altri.
Purtroppo è l'insieme dei pezzi che a mio parere non funziona del tutto, oltre ad aver inserito troppe 'ballads'.

In ogni caso apprezzo maggiormente l'inserimento di selezionati pezzi standard in album di pezzi nuovi.
Ma queste sono ovviamente valutazioni strettamente personali.






venerdì 6 settembre 2013

FOLLOW THE RED LINE (2007) - CHRIS POTTER




Chris Potter e il suo quartetto composto da Adam Rogers alla chitarra, Nate Smith alla batteria e Craig Taborn al piano danno vita ad un cd esuberante, eclettico e inusuale.
Il ritmo sempre in perenne movimento, le liriche del suo indomabile sax sostenute dalla potente batteria di Smith, e ancora il bel lavoro di ‘taglia e cuci ‘ di un quartetto estremamente affiatato rendono il cd davvero un bel lavoro, per nulla noioso e scontato.
Ogni pezzo è invece un’autentica sorpresa: il sound armonico di Train, la tenebrosa Arjuna, la ballata moderna di Pop Tune N. 1, il funky veloce di Viva Las Vilnius, la sussurrata e dolce ballata di Zea (con bella introduzione al piano di Craig Taborn) e infine un tuffo nel passato con Togo, ripescata dal repertorio del batterista e compositore Ed Blackwell.
Sicuramente un album ad altissimo livello tecnico e di ottima prova creativa che va ad incrementare la lista di successi del sassofonista americano.          
           

venerdì 30 agosto 2013

THE TRIANGLE (2004) - ARILD ANDERSEN



Arild Andersen è un contrabbassista norvegese, classe 1945, che ha cominciato la sua attività come componente del quartetto di Jan Garbarek con altri due giovani musicisti scandinavi come Terje Rypdal e Jon Christiansen, per poi collaborare con alcuni tra i più celebri jazzisti al mondo come Don Cherry, Sonny Rollins, Chick Corea e tantissimi altri. diventando nel frattempo un compositore e leader molto apprezzato a livello internazionale con l'etichetta ECM.

'The Triangle' è una prova di grande maturità non solo per Andersen ma anche per il trio nel suo complesso formato dal pianista di stampo classico Vassillis Tsabropoulos e dal batterista inglese John Marshall.
L'album ha un sound di sottofondo tipicamente in stile nordico (anche se la maggior parte dei pezzi è stata scritta dal pianista greco), con diverse varianti che vanno ad intersecarsi come la precisione dei mattoncini di un lego.
Bellissime le note estreme ed estemporanee al piano sul ritmo imposto dal basso di Andersen di ' European Triangle', elegante e delicata la ballata di 'Cindarella song', e ancora le note ricercate del basso di Andersen in 'Pavane' e del piano di Tsabropoulos. Più ritmata 'Saturday', con l'utilizzo frequente delle scale al piano e il basso in sottofondo.
Ma è un po' tutto l'album a ricordare un lento viaggio nell'autunno nordico, con improvvisi sprazzi di colore nel cielo e nella natura che ti circonda.
Il triangolo interseca idealmente la Norvegia di Andersen, l'Inghilterra di Marshall e la Grecia di Tsabropoulos, ma sta anche a significare che ogni lato è importante e uguale come altri e tutti sono necessari per potersi definire completi.
  


mercoledì 31 luglio 2013

RED CLAY - FREDDY HUBBARD



Il trombettista statunitense inizia la carriera di jazzista nel 1960 con la partecipazione a diversi album come sideman e la frequentazione di artisti di primo livello come Ornette Coleman e John Coltrane.

Sempre negli anni '60 lo ritroviamo a suonare in album di primissimo livello come Ascension di Coltran, Out to Lunch di Dolphy e Maiden Voyage di Hancock, che gli consentono una evoluzione tecnica e stimoli compositivi di primissimo livello.

Nel 1970 incide Red Clay con la partecipazione di grandissimi artisti come Joe Henderson al sax, Herbie Hencock al piano, Ron Carter al basso e Lenny White alla batteria.
E' un album in cui la maturità tecnica può definirsi completa, dove riesce a combinare potenza e velocità di esecuzione, in abbinamento a originali sequenze armoniche.
Si incomincia con la tromba dai registri alti di Red Clay, alla ballata notturna di Delphia e ancora l'originale e inconfondibile sound di Suite Sioux.
Il soud tipicamente anni '70 di Cold Turkey e l'ensamble veloce di Intrepid Fox concludono un album ispirato che è sopravvissuto alla severa critica del tempo che passa e che passerà ancora per molti molti anni.

sabato 20 luglio 2013

TIME AND TIME AGAIN (2006) - PAUL MOTIAN



Sto ascoltando questo cd di Paul Motian del 2006, prodotto dalla ECM la cui collaborazione con il batterista americano risale al 1984.
Classe 1931, scomparso di recente, all'età di 75 anni compone ancora cd. La sua voglia di suonare e di incidere, pur senza spostarsi da New York, è incredibile e spiegabile solo con la grande passione di questo batterista e compositore per la musica jazz.
Considerato tra i più grandi batteristi del suo tempo, è stato un modello di eleganza e melodia, grande specialista delle spazzole, ha concorso in maniera determinante all'evoluzione tecnica dello strumento.
Come compositore ha influenzato schiere di musicisti jazz, e non solo batteristi come di recente ha ammesso il sassofonista Cris Potter che ha suonato con lui negli ultimi tempi.

In questo album si presenta nel suo trio preferito, con Bill Frisell alla chitarra e Joe Lovano al sassofono.
Le note scivolano via come sospinte da un delicato vento autunnale, sostenute dalla melodia della batteria e dagli accenni della chitarra che sembra sempre partire in assolo per poi fermarsi sospesa sulle note mai invasive del sassofono di Lovano.
Difficile non distinguere lo stile 'musica da camera' di Ecm; tuttavia nel complesso l'album trova una sua precisa collocazione, anche se per un orecchio non allenato non sempre è facile percepire una differenza significativa tra un pezzo e l'altro.
Non è certo il ritmo quello che interessa a Motian, ma l'incedere trasognato, quasi onirico di note e melodia.





giovedì 11 luglio 2013

BITCHES BREW (1970) - MILES DAVIS



L'ascolto di Bitches Brew, il capolavoro di Miles Davis pubblicato nel 1970 dalla Columbia Records, mi provoca ogni volta un'emozione sempre nuova.
Tante sarebbero le cose da dire e poche, pochissime le cose non ancora raccontate di questo doppio album che ha cambiato la storia del jazz, dopo Kind of blue dello stesso Davis.
Come raccontare in maniera originale le liriche ancora incredibilmente moderne, il ritmo che si ispira alla musica tribale africana con influenze funky ma senza mai sembrare ripetitivo come tanti altri lavori che si sono ispirati (prima e dopo) allo stesso genere.
E ancora come raccontare senza cadere nell'ovvio i 20 minuti di puro capolavoro musicale di Pharaoh's Dance dove la tromba di Davis sembra danzare sul ritmo potente della batteria di Larry White e Jack DeJohnette mentre il resto del gruppo si affanna ad amalgamare le note in un complesso sottofondo musicale.
E ancora l'improvvisazione collettiva di Bitchies Brew, che rallenta per poi correre ancora veloce in una corsa affannosa fino alla fine del brano, il ritmo incalzante della batteria in Spanish key anticipato dall'improvvisazione di solisti del calibro di Wayne Shorter al sassofono, Chick Corea al piano, John McLaughilin alla ispirata chitarra elettrica, solo per citarne alcuni.

Ma l'innovazione di Miles Davis non è da ricercare unicamente nell'introduzione dell'era elettrica nel jazz ma anche e soprattutto nell'originalità del disco dovuta alla capacità di un artista nel pieno della sua creatività artistica di sapersi circondare di grandi musicisti-solisti, di ispirati compositori (Shorter, Davis, Zawinul) e di una etichetta di produzione che all'epoca era al suo massimo splendore (determinante il lavoro in studio di Teo Macero); ognuno ha dato un suo personale e originale contributo alla creazione di un album che rimarrà per sempre nella storia della musica (non solo jazz).




mercoledì 3 luglio 2013

NIGHT & BLUES (2010) - PAOLO FRESU



Paolo Fresu è una vera icona del jazz italiano e internazionale. Trombettista baciato da un evidente talento naturale, ha saputo più di altri musicisti italiani interpretare al meglio il suo ruolo nel jazz moderno fatto di un continuo studio e sperimentazione, collaborazioni internazionali e ricerca continua di sonorità originali.

In questo Night & Blues si avvale di un quintetto interamente italiano con Tino Tracanna al sassofono, Roberto Cipelli al piano, Attilio Zanchi al contrabbasso ed Ettore Fioravanti alla batteria.
E' un cd dalle grandi ballate, in uno stile quasi classico. Anche i pezzi più ritmici contengono delle sonorità lente.
Ne deriva un cd a mio avviso un po' monotono, quasi sottotono rispetto ai lavori precedenti; il tutto nonostante l'evidente abilità di Tino Tracanna a lavorare in duetto con la tromba di Fresu, la batteria sempre in grado di sostenere abilmente la sezione ritmica con il brillante basso di Attilio Zanchi, tra le libertà concesse al pianoforte di Cipelli e le improvvisazioni a cui ci ha da tempo abituato la tromba di Fresu.

Forse manca un po' ritmo soprattutto nella prima parte di pezzi originali targata Songlines. La seconda parte Night & Blues invece si distingue per la scelta di pezzi del jazz popolare americano come l'originale Blue in green di Miles Davis.


giovedì 27 giugno 2013

BROWN RICE (1975) - DON CHERRY



Don Cherry è stato senza dubbio tra i più noti e controversi trombettisti del jazz.
Non aveva paura di sperimentare nuove strade musicali e nel contempo aveva chiara la consapevolezza di possedere un talento fuori dal comune.

Il Don Cherry di Brown Rice è sperimentale e visionario a partire dall'utilizzo degli strumenti musicali: una combinazione di classici strumenti del jazz con strumenti che richiamano alla musica tribale africana e indiana come bongos e tamboura.

L'album inizia con 'Brown Rice' che ricorda una delicata cantilena notturna suonata alla luce della luna e con il canto sussurrato e ripetitivo di Don Cherry.
'Malkauns' è ancora esotica, con l'utilizzo del tamboura per una buona prima parte del pezzo, per poi sfociare nella dirompente tromba di Cherry e del basso di Charlie Haden.
'Chenrezic' riprende la trama narrativa di Brown Rice, ritmo africano e delicate parole sussurrate da un Cherry in versione capo tribale.
Infine 'Degi-degi' a dispetto del titolo sempre molto esotico rientra più nell'alveo del jazz occidentale con sconfinamenti nel funk e ancora nella musica afro.

E' un album assoluto, profondo e mistico, da ascoltare e ricordare come una pietra miliare nella storia del jazz.

giovedì 13 giugno 2013

TALES OF ANOTHER (1977) - GARY PEACOCK



Ritroviamo Gary Peacock qui in formazione tipo con Keith Jerreth al piano e Jack DeJohnette alla batteria.
E' la stessa formazione che per anni (dal 1983 al 2002) ha composto cd al ritmo di uno all'anno e si è esibita in teatri e palazzetti di mezzo mondo.
In questo album del 1977 è però il bassista americano, alla sua prima apparizione come leader, a guidare il gruppo verso le sonorità tipiche del trio.
La batteria di DeJohnette con il sapiente uso di piatti e spazzole, per poi spaziare su tutto il suo ampio repertorio è quanto di meglio si possa avere sul panorama mondiale del jazz. Il piano suonato classico di Jarreth con il suo 'accompagnamento' tipico della voce, esprime virtuosismo a stento trattenuto da note a volte interrotte da pause mai casuali.

Eppure l'album sembra non avere un suo sound veramente riconoscibile, come un marchio di fabbrica. I talenti si sprecano e l'album è studiato in maniera maniacale fin nei minimi dettagli; tuttavia nonostante ripetuti ascolti non sono mai riuscito ad apprezzarlo veramente e a considerarlo unico.

Consigliato a chi suona uno strumento (piano, basso o batteria) e si vuole confrontare o trovare ispirazione da un punto di vista tecnico.

mercoledì 5 giugno 2013

GNU HIGH (1976) - KENNY WHEELER



Il trombettista canadese (classe 1930) emigra a 22 anni a Londra e inizia la sua carriera jazzistica in grandi bing band di stampo prettamente inglese.
Dopo aver abbracciato negli anni 60 il free jazz e aver composto un paio di album come compositore viene ingaggiato dalla ECM per un progetto di grande spessore, con la collaborazione di importanti nomi del jazz internazionale riuniti da Manfred Eicher in un album dall’inconfondibile sound dell’etichetta tedesca.
L’astro nascente Keith Jarrett al piano, un già esperto Dave Holland al basso e un batterista di spessore e creatività come Jack DeJohnette, sono riuniti dall’insolito suono del ‘filicorno’ di Kenny Wheeler.

Tre soli pezzi. Si parte con ‘Heyoke’, dallo stile fresco e informale, con le atmosfere tipiche del sound Ecm, permeate da accenni di free jazz.
L’album scivola via veloce con ‘Smatter’, melodica e più tradizionale rispetto agli altri due pezzi del cd.
A chiudere l’album l’elegante ‘Gnu suite’, una inconsueta sperimentazione musicale, con delicate note deframmentate e fluttuanti.  


E’ un album complesso ed elaborato nell’interazione tra gli strumenti del quartetto, difficile da capire al primo ascolto. Ancora oggi dopo innumerevoli ascolti mi capita di imbattermi in passaggi che non avevo mai considerato; su tutto il filicorno di Wheeler traccia dei sentieri quasi impercettibili, sofisticati e di non facile individuazione per un ascoltatore distratto. 

mercoledì 29 maggio 2013

NOMMO (1978) - MAX ROACH



Insieme a Paul Motian, Tony Williams e Jack de Johnette, Maxell Lemuel Roach, classe 1924, può a pieno diritto essere considerato uno dei più grandi batteristi della storia del jazz.

In particolare insieme a Tony Williams ha contribuito a sdoganare la batteria dalla logica di strumento impegnato unicamente ad assicurare il ritmo al resto del gruppo.

Influenzato dal Be-bop e più tardi dal Hard-bop, negli anni ’50 ha costituito un quintetto che ha prodotto il suo primo lavoro nel 1953.
Nel 1960 compone e incide We Insist! Freedom now suite, un disco di rottura, di impatto fortemente politico e incentrato sul riconoscimento dei diritti delle persone di colore.

Nel 1976 tra gli innumerevoli dischi suonati sia come leader sia come sideman ha pubblicato con l’etichetta Victor l’album Nommo.
Pur non essendo il suo lavoro più significativo è stato prodotto da Roach nel pieno della sua maturità jazzistica.
Il cd live composto da due soli pezzi, trasuda tutta la classe e il carisma del leader.
Il suo uso della batteria è potente e pervasivo, mentre la tromba di Cecil Bridgewater e il sassofono di Billy Harper accompagnano con delicatezza il soud imposto dalla batteria di Max Roach.
Il ricamo al basso di Reggie Worman, sempre a tempo nelle sue escursioni dalla fitta trama del disco, completano il quartetto.

E’ un cd complesso, studiato in ogni minima sfaccettatura, come l’assolo del sassofono nella parte centrale di ‘Nommo side A’ e i frequenti brevi assolo della batteria in tutto il cd.
Su tutto domina la perentoria presenza di Max Roach, splendido e impegnato interprete del suo tempo.


sabato 25 maggio 2013

PASSENGERS (1977) - GARY BURTON



Il soud del jazz moderno in Europa dalla metà degli anni 70 in poi è stato monopolizzato dalle case discografiche che ne hanno tracciato una propria linea identificativa.
Tra le varie case di produzione la tedesca ECM si è imposta in modo particolarmente aggressivo, quasi monopolizzando il mercato e imponendo il suo jazz sound di musica da camera.
A questa abitudine non si sono sottratti anche alcuni grandi artisti americani che hanno pubblicato con l'etichetta tedesca.
Uno di questi, il vibrafonista Gary Burton, nel 1977 viene contattato dalla ECM per realizzare con un gruppo di artisti di primo livello come il chitarrista Pat Metheny, il bassista Steve Swallow, il bassista Eberhard Weber e il batterista Dan Gottlieb un album con materiale preso da artisti vari tra cui gli stessi componenti della superband.

Ne risulta un album post-bop delicato ed elegante, intrecciato con l'alta qualità delle composizioni e le interpretazioni originali degli artisti che lo hanno suonato in sala di incisione nel novembre del 1976.

Si apre con 'Sea Journey' composto da Chick Corea, le note del vibrafono scivolano veloci nell'intreccio preparato magistralmente dalla chitarra di Metheny, con la sezione ritmica impegnata a tracciare la trama di sottofondo.
'Nacada' è una ballad sofisticata dove prevalgono note come sospese nel tempo a rievocare una grigia giornata di pioggia di novembre.
'The Whopper' è una originale interpretazione di una composizione di Metheny, con una equilibrata presenza di tutto il quintetto; di stampo molto simile anche 'B&G' con il sapiente alternare di piatti e batteria di Gottlieb .
In 'Yellow fields' di Weber si può riconoscere il grande virtuosismo e la complessità armonica e melodica del vibrafonista statunitense con il suo particolare utilizzo delle quattro bacchette.
Infine in 'Claude and Betty', una composizione di un ispirato Steve Swallow, è come entrare in un sogno triste e solitario, dove fluttuano come frammenti le note di vibrafono e chitarra.

E' un album meditativo, con un sound elegante, frutto di composizioni originali, artisti di primo livello e grande esperienza; riassume perfettamente il titolo in inglese di presentazione dell'album dal sito di ECM: 'between sound and space'.







venerdì 17 maggio 2013

PARALLEL REALITIES (1990) – JACK DEJOHNETTE



Batterista di Chicago, classe 1942, è considerato uno dei più esperti e polivalenti batteristi contemporanei.
Nella sua lunga carriera iniziata nel 1961 ha suonato gli stili più diversi sempre assecondando la sua innata capacità di improvvisazione.

Nel corso del tempo le sue collaborazioni sono diventate innumerevoli come con Davis, Coltrane, Evans, Carter, Hancock, Holland e tanti altri.
Il battesimo del fuoco è stato con Miles Davis quando ha sostituito Tony Williams nel suo gruppo stellare partecipando tra le altre cose alla registrazione di Bitches Brew.
Il grande pubblico lo associa al trio con Keith Jarrett e Gary Peacock con i quali ha sfornato una fortunata serie di album.
Importante e da non sottovalutare anche la sua impronta come leader e compositore.
Nel 1990, con altri due importanti jazzisti moderni come Pat Metheny alla chitarra e Herbie Hancock al piano, realizza ‘Parallel Realities’, album che si potrebbe quasi definire sperimentale, divertendosi a mescolare il fusion con lo swing e il modern jazz.

Si comincia con il fusion di 'Jack in' sferzato dalla chitarra di Metheny per proseguire con le dolci melodie di 'Exotic Isles' dove dominano le note eleganti e sensuali del piano di Hancock.
'Dancing' ripropone il tema fusion con l'inconfondibile chitarra di Metheny e la sua sonorità brillante capace di incontrare il favore del grande pubblico. 'Nine over Reggae' è forse il più commerciale pezzo del brano, una concessione alla facilità di ascolto e in generale quello che meno ha convinto. Eleganza allo stato puro per 'John Mckee' dove ogni strumento si prende in carico un pezzo del brano con virtuose improvvisazioni ben supportate dalla grande libertà di battuta di Dejonhette e quasi gemella della successiva 'Indigo Dreamscapes', forse solo un po' più swing.
Per finire 'Parallel realities' è un piccolo capolavoro di stile, profondità espressiva, come sospesa dall'arte combinatoria della batteria di intrecciare suoni e ritmi. Perfettamente integrato nel brano l'utilizzo di strumenti che ricordano le danze di tribù africane intorno a un fuoco a invocare gli spiriti.
In assoluto uno dei miei pezzi jazz preferiti nell'era moderna.

Quando tre artisti di questo spessore ed esperienza si ritrovano insieme a suonare il risultato non può che essere di qualità adeguata.
Questa regola è ampiamente confermata in questo cd elegante e raffinato guidato da uno dei migliori batteristi contemporanei.  

sabato 11 maggio 2013

DECONSTRUCTED (1997) - STEVE SWALLOW




Steve Swallow è un bassista di fama internazionale, forse non conosciutissimo al grande pubblico ma molto stimato dai colleghi per la sua grande esperienza e per il modo singolare di suonare il basso a cinque corde.

Ha suonato con i più grandi jazzisti del suo tempo come Paul Bley, Gary Burton, Art Farmer, Roy Haynes, Carla Bley, John Scofield, Lee Konitz e tanti altri.

Deconstructed è il suo quinto cd da leader prodotto nel 1997 e contenente 10 brani originali essenzialmente di genere bebop.
In questo cd può contare su musicisti di grande esperienza come Chris Potter al sax, Ryan Kisorhave alla tromba, Mick Goodrick alla chitarra e Adam Nussbaum alla batteria.


‘Running in the family’ lascia spazio all’improvvisazione dei singoli, mentre in ‘Babble on’ il sax di Potter e la tromba di Kisorhave si intrecciano e dividono la scena in un singolare duello all’ultima nota ben sostenuto dalla potenza espressiva della batteria di Nussbaum.
Il ritmo cambia in ‘Another fine mess’ dove dal sax e dalla tromba escono note brevi quasi accennate su una trama esecutiva precisa dettata da Swallow e Nussbaum.
Nella scherzosa ‘I think my wife is a hat’ si sente per la prima volta in maniera netta la chitarra dai toni lievi di Goodrick che dopo un breve preludio iniziale si alterna con tromba e sax nella conduzione del pezzo.
‘Bird World war’ inizia con un assolo di batteria per poi continuare con un ritmo sostenuto e a seguire Swallow introduce una parentesi di bossanova con ‘Bug in a Rug’.
‘Lost in Boston’ è incentrata in una trama di note accennate e scontrose, prima di tornare al bebop di ‘Name that tune’ e ‘Viscous Consistency’
Per finire, in ‘Deconstructed’ è ancora la chitarra a introdurre il brano per poi lasciare spazio alle improvvisazioni di sax e tromba.

E’ un cd moderno, creativo, elegante che sa alternare sapientemente il ritmo spinto di alcuni brani in cui Potter e Kisorhave apportano la loro carica espressiva e improvvisazione a momenti più rilassanti in cui si intersecano con maestria il basso di Swallow, ma soprattutto la potente batteria di Nussbaum e l’elegante chitarra di Goodrick.   

sabato 4 maggio 2013

POINT OF DEPARTURE (1969) - ANDREW HILL



Parlare di 'Point of departure' di Andrew Hill vuol dire raccontare una delle pagine più significative della storia del jazz.
Non è solo un album di grande spessore, dalle molteplici sfaccettature e con interpreti di primo livello.
Questo cd uscito nel 1969 con la Blue Note ha tracciato la strada del jazz per gli interpreti di questo genere.
Kenny Dorham alla tromba, Eric Dolphy e Joe Henderson al sax, Andrew Hill al piano, Richard Davis al basso e Tony Williams alla batteria.
Oggi si direbbe un supergruppo, pieno di talenti e di jazzisti che erano o sono diventati compositori e strumentisti di riferimento per intere generazioni.
Come Tony Williams il simbolo della batteria moderna, oppure la tromba dai tempi rapidi e improvvisati di Kenny Dhoram, o ancora il disordine ordinato di Eric Dolphy sassofonista fuori dagli schemi.
Si incomincia con 'Refuge', dove i tre fiati spesso suonano all'unisono in un ritmo complesso sostenuto dalla batteria di Williams e dalle note veloci al piano di Hill.
In 'New Monastery' l'attacco è molto simile a Refuge, ma subito dopo è la tromba a entrare in scena e a creare un ritmo più ordinato per poi passare al picchiettare elegante delle note sul piano di Hill.
'Spectrum' è geniale nella sua semplicità. Guida il piano, ma dopo un intermezzo di batteria il sax di Henderson interviene prepotente a invadere la scena per poi duettare con il sax alto di Dolphy.
La musica scivola via in un intricato composto di suoni frammentati e quasi senza forma in 'Flight 19' dove solo il piano di Hill in sottofondo cerca di tracciare una strada ben definita.
Infine 'Dedication' è la malinconica marcia funebre di Andrew Hill. Il clarinetto di Dolphy è pacato e riflessivo, mentre Hill sembra accarezzare le note uscite dal suo piano come per consolarle. E' il turno del sax di Henderson con note lunghe e tormentate mentre Dorham in sottofondo suona una marcia triste.

Un cd folgorante, scontroso e introverso, pieno di classe ed eleganza, forza esplosiva e introspezione. Semplicemente un capolavoro.

sabato 27 aprile 2013

A GO GO (1988) - JOHN SCOFIELD



Nel 1974 il chitarrista americano inizia la gavetta con Gerry Mulligan e Chet Baker, lavora con Billy Cobham e Steve Swallow e negli anni '80 con Miles Davis.
Inizia a comporre nel 1977 ('East meets West' l'album d'esordio); si susseguono poi innumerevoli concerti e composizioni sia come sideman che come leader.

Uscito nel 1988 con l'etichetta Verve,  'A Go Go' è stato realizzato con la collaborazione di John Medeski al piano, Chris Wood al basso e Billy Martin alla batteria.

L'album inizia con la vibrante 'A go go', per poi virare verso il sound quasi 'retro' di 'Boozer' dove la chitarra di Scofield sperimenta sonorità e intrecci nuovi supportata in modo diligente dalla band.
'Jeep on 35' è un bellissimo viaggio negli Stati Uniti del sud, mentre in 'South Pacific' percussioni e basso generano un ritmo altalenante e curioso, con incursioni timbriche di Scofield.
'Green tea' è una ballata in stile Scofield, ma a colpirmi maggiormente in questo album è stato il ritmo di batteria e chitarra di Hottenton, il suo giro originale e le sue improvvisazioni sostenute brillantemente dal sottile lavoro del gruppo. E' un ritmo che quasi si sfalda per poi reintrecciarsi, un ritornare caotico e poi ancora rientrare improvviso nei ranghi della trama disegnata dal compositore americano.    
Il trio esalta le caratteristiche della chitarra di Scofield, come il suo equilibrato dosaggio di effetti di saturazione e di riverbero. Secondo alcuni critici risulta il suo miglior lavoro.

Non so pronunciarmi in tal senso, ma di sicuro, l'intensa sicurezza ritmica di Scofield accompagnata da un grande controllo dell'esecuzione e da attacchi sempre originali ne fanno un interprete di grande profilo, uno dei migliori del suo tempo con Bill Frisell e Pat Metheny.

giovedì 18 aprile 2013

NEW YORK DAYS (2009) - ENRICO RAVA




Nel 2009 il più famoso jazzista italiano riunisce un quintetto di grandi artisti (alcuni solisti e compositori) con varie esperienze alle spalle.

Alla batteria il compianto, grandissimo, Paul Motian che a New York era di casa tanto che negli ultimi anni aveva deciso di continuare a suonare ma di non muoversi più dalla sua città. Nato sotto la stella del pianista Bill Evans e successivamente compositore e leader di un trio con chitarra e sassofono, in questo cd come sideman riversa tutta la classe e l'esperienza accumulata in 60 anni di jazz.

Al piano il pupillo e giovane talento Stefano Bollani. Cresciuto sotto l'ala protettrice del maestro triestino, fino a diventare anch'esso compositore e leader, si rivela un partner eccellente per le atmosfere vellutate dell'album. Non si limita a interpretare con disciplina la parte del duetto minore con la tromba dirompente di Rava ma disegna con austerità note fluttuanti nella notte newyorkese.

Mark Turner al sax tenore ha forse il compito più difficile. Deve più di tutti interpretare e 'correggere' la tromba di Rava, a volte dialogare per poi di nuovo nascondersi.

Infine Larry Granadier, che di solito troviamo con il trio di Brad Mehldau, qui in veste di contrabbassista originale e contemporaneamente impegnato a tessere e gestire la trama compositiva di Rava e contrasto timbrico con il sassofono di Turner.  

E' un album dalle atmosfere rarefatte in cui Motian, Rava e Turner si muovono tra un lirismo illuminato (Lulu, Improvisation I) e improvvise accelerazioni e distorsioni della tromba (Outsider, Thank you Come Again), ballate romantiche (Luna Urbana) e dolci melodie.
Ma è in 'Certi angoli segreti' che l'album trova la sua naturale sintesi, riassunto moderno di un alchimia antica in cui la tromba del maestro triestino si muove sinuosa tra le strade metropolitane come a scoprire gli angoli segreti di una città affascinante e notturna.

Lavoro eccellente che non ci si stanca mai di ascoltare.

sabato 13 aprile 2013

EXTENSIONS (1988) - DAVE HOLLANDE



Che ormai l'etichetta tedesca ECM produca i migliori jazz album da almeno 30 anni è un dato che credo metta d'accordo tutti gli appassionati di questo genere musicale.
Se poi l'album viene prodotto da uno dei bassisti più apprezzati e conosciuti a livello mondiale il risultato è potenzialmente esplosivo.

Non saprei come meglio introdurre questo cd del 1988 di un ispirato Dave Holland. Già dalle prime note si intuisce l'ottima vena artistica del bassista americano, e la perfetta integrazione nell'album dei pezzi scritti da Eubanks e Coleman.

Il primo pezzo, 'Nemesis', è stato scritto dal chitarrista Kevin Eubanks, fratello di Robin anche lui collaboratore di Hollande in altri cd. E' un pezzo classico del jazz moderno, aperto, solare, ritmico.

Con 'Processional' si introducono dei temi più introspettivi e per certi aspetti tecnicamente rigorosi, con il sassofono Steve Coleman a permeare tutto il pezzo con una trama sfilacciata e inorganica.

'The Oracle' è il miglior pezzo dell'album con i suoi richiami alla musica africana, il tocco leggero alla chitarra di Eubanks, il lavoro di sottofondo di Holland al basso e Smith alla batteria. E' un pezzo introverso che accompagna l'ascoltatore in un misterioso viaggio di 14 minuti sospesi nel tempo.

C'è spazio anche per due composizioni di Steve Coleman, '101 Fahrenheit' e 'Black Hole', entrambe perfettamente integrate nell'atmosfera funky dell'album.

A chiudere la bellissima 'Color of mind' di Eubanks, con il sassofono di Coleman a tracciare il ritmo nella prima parte, un intermezzo di basso (quasi un tributo a fine album) di Dave Hollande, e un finale con la chitarra patinata di Eubanks.

Un gruppo di grande classe, affiatato e di esperienza, guidato da un bassista illuminato come Dave Hollande non poteva che produrre un album sublime per eleganza e ricercatezza.

Fortemente consigliato.

domenica 31 marzo 2013

ULTRAHANG (2009) - CHRIS POTTER



Il sassofonista e compositore Chris Potter nasce a Chicago nel 1971.
Dopo aver iniziato a suonare vari strumenti musicali come chitarra e piano e influenzato da Paul Desmond, inizia a concepire il sassofono come strumento che gli permette di esprimersi al meglio musicalmente.
Si trasferisce a New York dove studia alla Manhattan School of Music e inizia a suonare con la leggenda del  bebop Red Rodney, guadagnandosi la reputazione di giovane talento emergente.

Dopo aver partecipato a numerosi album come 'sideman' debutta alla composizione nel 1994 con 'Presenting Chris Potter'.
Da allora la sua vena compositiva si è sempre più affinata e nel 2009 dopo 10 album da leader e svariate partecipazioni come 'sideman' compone 'Ultrahang' con il quale sembra aver raggiunto una grande maturità compositiva e progettuale.

In questo album si avvale di Adam Roger alla chitarra, Craig Tabom alle tastiere e Nate Smith alla batteria, gruppo con cui Potter suonava già da diverso tempo.

Il cd nel suo complesso è fresco, ritmico e vario; su tutto prevale il sassofono di Potter ma anche il resto del gruppo da un contributo fondamentale alla riuscita del disco.

Il continuo cambio di timbro del sassofono, la chitarra che segue superba e tagliente e il perfetto sottofondo di tastiere e batteria ne fanno un cd di assoluta classe dove la composizione di Potter alterna ritmi indiavolati a ballate lente e ispirate, come 'It ain't me babe' di Bob Dylan.
E' difficile riconoscere un brano su tutti a riassunto del cd. Ascoltandolo sembra piuttosto che il tutto si assembli perfettamente e poco alla volta come i pezzi di un complicato puzzle, a disegnare lentamente una trama conosciuta solo al suo brillante ideatore.

Personalmente adoro Chris Potter, il suo sassofono potente e ricercato da l'idea a tratti di straripare come un fiume in piena, per poi ritornare calmo nel suo alveo naturale.
In 'Ultrahang' ha aggiunto una vena creativa particolarmente ispirata che forse ancora mancava nei suoi precedenti lavori.

Fortemente consigliato!!!





  

martedì 19 marzo 2013

HERBIE HANCOCK - JAZZ MOODS 'ROUND MIDNIGHT' (2004)



Herbie Hancock (1940) è uno dei pianisti jazz più influenti e conosciuti a livello internazionale.
Nel 1961 entra nel gruppo di Donald Byrd e nell'orbita dell'etichetta Blue Note, mentre nel 1963 suona con Miles Davis nell'album 'Seven Steps to Heaven' ed entra a far parte del suo quintetto, dove conoscerà artisti del calibro di Wayne Shorter, Tony Williams e Ron Carter.

A differenza di molti altri grandi del jazz, Hancock fin dall'inizio della sua carriera si fa subito notare anche come compositore (primo album 'Takin' Off' nel 1962).

Nel 1968 inizia il suo periodo funky e fusion che culminerà con il suo album più significativo 'Headhunters'.
Questo periodo continuerà fino agli anni ottanta quando incomincerà a sperimentare vari generi musicali tra i quali i più significativi sono l'hard bop e la musica elettronica.

Hancock ha anche composto singoli pezzi che sono diventati 'standard' come Cantaloupe Island', 'Watermelon Man' e 'Maiden Voyage'.

Il cd che sto ascoltando è una composizione di 11 pezzi, di cui alcuni standard suonati dal pianista americano in vari periodi della sua carriera.

'On green dolphin street' è uno standard del 1947 che divenne famoso dopo che fu suonato da Miles Davis nel 1958.
Anche il secondo pezzo dell'album, 'Round Midnight', è un famoso standard composto da Thelonious Monk, suonato e registrato da Hancock nel 1986, con l'inconfondibile suono della tromba di Bobby McFerrin.

Ma il momento più alto di questa selezione di pezzi è probabilmente 'Circle' composta da Miles Davis nel 1956, con la  sua tromba che accompagna una lenta ballata su varie tonalità.

E ancora da segnalare lo standard di Tony Williams 'Pee Wee', il valzer jazzistico di 'Someday my prince will come' e l'introspettica 'Little One' di Herbie Hancock.

L'album termina con una particolarissima versione di 'My funny Valentine' in solo piano.

A mio parere 'Round Midnight' è un ottimo cd soprattutto per chi volesse essere introdotto come novizio al grande repertorio musicale di Herbie Hancock.







giovedì 14 marzo 2013

CHARLIE HADEN - THE MONTRIAL TAPES (1989)

Nel 1989 il festival internazionale del Jazz di Montrial ha organizzato una serie di otto concerti dedicati a Charlie Haden.
In successione:
Charlie Haden,  Joe Henderson e Al Foster;
Charlie Haden, Gerri Allen e Paul Motian;
Charlie Haden, Don Cherry e Ed Blackwell;
Charlie Haden, Gonzalo Rubalcaba e Paul Motian;
Charlie Haden, Pat Metheny e Jack DeJohnette;
Charlie Haden, Paul Bley e Paul Motian;
Charlie Haden, The Liberation Orchestra.







Ho riascoltato in questi giorni il cd di Charlie Haden con Don Cherry e Ed Blackwell registrato dal vivo da parte di una radio di Montreal il 2 Luglio 1989 e riprodotto in cd solo nel 1994 da parte della Verve.

Il materiale del cd proviene in gran parte da pezzi scritti da Ornette Coleman all'inizio (Something Else) oppure verso la fine (Broken Shadows) della sua carriera jazzistica e suonati in diverse varianti.
Ci sono però anche dei classici di Don Cherry tratti da LP storici come 'Art Deco' e 'Mopti'.
Si apre con il ritmo veloce di 'The Sphinx', poi 'Art Decò' il capolavoro scritto e suonato dall'inconfondibile tromba di Don Cherry.

'Happy house' si distingue per le note corte e veloci della tromba, il ritmo veloce delle bacchette di Blackwell, il basso in doppio tempo di Haden.

In 'Lonely Woman' il trio utilizza strumenti 'alternativi': il cembalo per Blackwell e la tromba tascabile di Cherry. I ritmi sono più lenti e i toni più pacati.

In 'Mopti' il basso di Haden ascende a strumento predominante abilmente accompagnato da Blackwell, con rade apparizioni di tromba, per tornare infine al blues classico con 'The Blessing'.





Ho ascoltato poi il cd di Charlie Haden con Paul Motian e Paul Bley registrato dal vivo il 7 luglio 1989.

Il cd appare più vario del precedente, con un ritmo che cambia ad ogni pezzo; è una musica non classificabile se non con rari momenti di be-bop e di avanguardia.
Anche qui si suonano quattro pezzi di Ornette Colemane, un pezzo classico di Carla Bley (Ida Lupino) e altri quattro originali.
Il trio dimostra in ognuno dei suoi mostri sacri di poter cambiare rapidamente modo di suonare rispetto allo stile consueto, adeguandosi al ritmo della musica.

I due cd sono considerati un classico del jazz e gli estimatori di Haden a ragione li considerano come uno dei momenti più alti della sua musica.












mercoledì 6 marzo 2013

MARC JOHNSON - SWEPT AWAY (2012)



Marc Johnson è un contrabbassista statunitense (classe 1953); figlio di musicisti inizia a suonare pianoforte e altri strumenti fin da piccolo.
Dopo aver studiato musica, come primo incarico importante sostituisce Eddie Gomez nel trio di Bill Evans fino al 1980, anno della morte del pianista.
Per il primo disco da lui firmato (Resolution) riunisce Bill Frisell, Bill Connors, John Scofield, Jim Hall e Stan Gets.
Nella sua carriera ha lavorato con i più grandi jazzisti del suo tempo come Evans, Pieranunzi, Abercrombie, Konits, Scofield, Motian, Paul Bley, Burton e tanti altri.
Influenzato da Eddie Gomez, ha una bella sonorità, che abbinata ad una combinazione di agilità e precisione ne fanno un contrabbassista moderno e di grande qualità.
Swept Away è il suo ultimo lavoro (ottobre 2012), ed è targato ECM.
L'album sorprende in molti pezzi, come il romanticismo urbano di 'B is for Butterfly' con un suono sensuale, lirico, dai toni caldi; la musica orientale di 'One thousand and one nights', l'atmosfera da tarda notte di 'It's time' (in altre parole un blues lento).
Infine termina con l'assolo del basso di Johnson della vecchia canzone folk americana intitolata 'Shenandoah'.

L'album si distingue per la notevole affinità tra Elias al piano (moglie di Johnson) e Lovano al sassofono, con Johnson e Baron a tracciare linee parallele in sottofondo con raffinatezza ed eleganza.

Questo cd non è un capolavoro e del resto anche nel jazz oggi risulta difficile inventare qualcosa di nuovo.
Tuttavia è ben studiato, ben confezionato in studio e ben suonato da un quartetto che ha trovato un'ottima affinità musicale.

Genere Modern Jazz.




mercoledì 27 febbraio 2013

GERI ALLEN - MOROONS (1992)



In questi giorni sto ascoltando Maroons, un cd del 1992 composto dalla pianista americana Geri Allen.

Si inizia con 'Feed the fire' attacca con un assolo di congas di Tani Tabbal a cui si aggancia e lascia morire lentamente il piano di Geri Allen, il tutto in un minuto scarso di musica che può essere considerato un preludio all'album.
Ritroveremo 'Feed the fire' in altri due parti dell'album (centrale e finale).

'No More Mr. Nice Guy' apre con il basso di Dwayne Dolphin. Ha un ritmo discontinuo e scomposto con qualche virtuosismo al piano.

In 'And they partied' entra la tromba di un ispirato Roney in un classico ritmo di funky contemporaneo che ricorda Miles Davis.

Si passa a 'Number Four' dove troviamo Allen e Belgrave alle prese con un duetto fraseggiato, elegante e aristocratico mentre in 'A prayer for peace' è lasciato largo spazio alla tromba di .... che sembra divagare in acuti lunghi. L'uso sapiente delle spazzole da parte di ... donano al brano armonia  e sottofondo ritmico.

'Mad Money' è un brano veloce che lascia libero sfogo al virtuosismo e all'improvvisazione di Roney, con due piccoli assoli per il basso di Cox (che si ripeteranno all'attacco di 'Two Brothers' con gli intermezzi di Allen) e la batteria di Aklaff sul finale.

'Dolphy's Dance' è un be-bop moderno, mentre 'For John Malachi' è un brano a mio avviso, indecifrabile quasi incompiuto, ma con una sua indiscussa forza attrattiva quasi mistica. Sicuramente non ha riscontri in nessuna delle altre composizioni del cd.

Brooklin bound 'A' apre al basso di Dolphin e  poco altro.
Infine 'Maroons' chiude con un ritmo lento che ricorda una metropoli sonnolenta e svogliata.

Questo album ha lanciato Geri Allen come compositrice abile e dal tratto spontaneo. Non è riuscito tuttavia a fare breccia nel mio repertorio di 'album jazz da ricordare'.

Geri Allen - Piano
Antony Cox - Basso
Dwane Dolphin - Bass
Pheeroan Aklaff - Drums
Tani Tabbal - Drums
Wallace Roney - Trumpet
Marcus Belgrave - Trumpet





venerdì 22 febbraio 2013

JOHN ABERCROMBIE - TIMELESS (1974)




E' il primo album da compositore di un trentenne Abercrombie, che si avvale della classe cristallina alla batteria di Jack DeJohnette e dell'esperienza di Jan Hammer all'organo. Registrato nel 1974 con ECM, è stato ben accolto dalla critica di quegli anni come un lavoro di jazz fusion, anche se l'estrema originalità che si riscontra non consente categorizzazioni definitive.

'Lungs' composta da Jan Hammer è un brano veloce, spontaneo con i virtuosismi di Abercrombie in primo piano, la batteria di DeJonhette a supporto, fantastica nel dettare tempi e ritmi, fermate e ripartenze.

Nell'attacco di 'Love song' scritta da Abercrombie cambia il ritmo, la chitarra è dolce e il duetto con il piano di Hammer è in continua evoluzione, con alcuni momenti di assolo e in generale una rotonda sintonia.

'Ralph's piano Waltz' è un brano dichiaratamente fusion, classico nel suo genere, con la batteria che ritorna a tracciare linee e indirizzi non sempre simmetrici e un perfetto bilanciamento tra organo e chitarra.

'Red and Orange' è il brano più strano e veloce del cd. Il progressive rock si insinua come un vento primaverile nelle note e nelle scorribande dei tre solisti.

'Remembering' si contraddistingue per l'utilizzo sapiente dell'organo da parte di Hammer. Frequenti le intersezioni con la chitarra di Abercrombie, quasi assente la batteria. E' il pezzo più lento e indecifrabile del cd, sembra quasi non riuscire a trovare il giusto ritmo.

Infine in' Timeless' ritroviamo il tema diffuso in tutto il cd; il sapiente utilizzo delle spazzole da parte di DeJohnette e un ispirato Abercrombie (che riprende una parte degli accordi già utilizzati negli altri brani del cd) danno al pezzo un tono distaccato, quasi una pausa dal tempo (appunto 'timeless'). A mio avviso il pezzo più significativo di tutto il cd.  


  
  

domenica 17 febbraio 2013

VOLVER - ENRICO RAVA AND DINO SALUZZI QUINTET (1989)




Registrato nell'ottobre del 1986 nel Tonstudio Bauer di Ludwingsburg per l'etichetta ECM questo cd rappresenta, a livello di composizione, l'ennesimo esempio di come il trombettista italiano riesca a dare un timbro sempre diverso ai sui lavori.

Volver e' un disco dalle molteplici sfaccettature e ritmi, con la tromba di Rava come marchio di fabbrica costante per tutto il cd, con il suo tipico lirismo e la soavità di melodie.

Le 'but du suffle' è un pezzo in cui la tromba di Rava ci accompagna in un viaggio intimistico e introverso, con accenni improvvisi, marcati della fisarmonica di Saluzzi.
Il ritmo cambia improvvisamente con l'attacco di 'Minguito', che mostra fin da subito la verve del quintetto unita in un rassemblement di strumenti in un tono da free jazz.
'Luna-Volver' è un quasi assolo di Dino Saluzzi e senza dubbio è il pezzo più difficile da interpretare.
'Tiempos de ausencias' riprende le medesime sonorità di Luna-Volver per metà brano, mentre per l'altra metà il ritmo si confonde e perde, il brano sembra rimanere senza una guida, quasi un viaggio alla cieca in cerca della strada maestra.
'Ballantine for Valentine' cambia nuovamente ritmo, introducendo sonorità da big band in cui si inseguono la tromba di Rava e la fisarmonica di Saluzzi, in un continuo perdersi e ritrovarsi, avvicendarsi e suonare all'unisono.
Infine 'Vision' sembra fondere tutte le sonorità e tutti i temi dei brani precedenti in un abbraccio ideale collettivo.

Su tutto la fisarmonica di Saluzzi sembra alle volte un po' troppo invasiva. Splendida invece l'armonia tra la tromba e la fisarmonica, mentre la chitarra di Pepl e la sezione ritmica risultano quasi sempre in secondo piano.

Enrico Rava (Trumpet)
Dino Saluzzi (Bandoneon)
Harry Pepl (Guitar)
Furio De Castri (Bass)
Bruce Ditmas (Drums)

mercoledì 6 febbraio 2013

Dave Holland Quintet - Extended Play (Live at Birdland) 2003 - ECM





Dave Holland possiede una grande tecnica e una splendida sonorità, altissima capacità di improvvisazione a cui si accompagna una profonda conoscenza armonica.

Le sue composizioni sono spesso molto democratiche, nel senso che nessuno strumento del gruppo tende a prevaricare sugli altri ma tutti insieme suonano in grande armonia, lasciando spazi e tempi ad ognuno.

Nell'insieme le composizioni di Dave Hollande si presentano equilibrate, mai banali e con una sapiente dose di ritmo e improvvisazione.

Questo cd, registrato al Birdland jazz club di New York nel 2003, rispecchia perfettamente i canoni a cui ci ha abituato Holland a partire dalla metà degli anni 90.

Il quintetto è composto da un sublime Chris Potter al sassofono, un maestoso Robin Eubanks al trombone, Dave Holland al contrabbasso (che ha anche composto 7 delle 9 tracce del cd), Billy Kilson alla batteria e un ispirato Steve Nelson al vibrafono.

La band risulta un amalgama inseparabile di grandi solisti in grado di esprimere un ottimo jazz, con pezzi ispirati e profondamente diversi tra loro, per ritmo, melodia e disciplina stilistica.

06/02/13

martedì 5 febbraio 2013

Infinitive search - Miroslav Vitous





Sto ascoltando in questi giorni nel viaggio tra casa e lavoro questo vecchio cd di Miroslav Vitous.

Già in questo primo lavoro da compositore si può notare come Vitous tenda a dare al contrabbasso una melodia e una tonalità che lo elevano da semplice strumento di sezione ritmica a vero elemento distintivo del quintetto.

Viene pubblicato nel 1969 quando Vitous ha solo 22 anni, riuscendo a esordire con un album a proprio nome in cui suonano tra i più grandi jazzisti di quel tempo e di sempre. 
Oltre a Miroslav Vitous al basso e Herbie Hancock al piano, Joe Henderson al Sassofono, Jack De Johnette alla batteria alternato a Joe Chambers e John McLaughlin alla chitarra.

Le sonorità sono chiaramente fusion e anticipano la musica poi riprodotta due anni dopo dai Weather Report di cui McLaughlin e Vitous saranno tra i membri fondatori.

05/02/2013