Jazz
giovedì 27 giugno 2013
BROWN RICE (1975) - DON CHERRY
Don Cherry è stato senza dubbio tra i più noti e controversi trombettisti del jazz.
Non aveva paura di sperimentare nuove strade musicali e nel contempo aveva chiara la consapevolezza di possedere un talento fuori dal comune.
Il Don Cherry di Brown Rice è sperimentale e visionario a partire dall'utilizzo degli strumenti musicali: una combinazione di classici strumenti del jazz con strumenti che richiamano alla musica tribale africana e indiana come bongos e tamboura.
L'album inizia con 'Brown Rice' che ricorda una delicata cantilena notturna suonata alla luce della luna e con il canto sussurrato e ripetitivo di Don Cherry.
'Malkauns' è ancora esotica, con l'utilizzo del tamboura per una buona prima parte del pezzo, per poi sfociare nella dirompente tromba di Cherry e del basso di Charlie Haden.
'Chenrezic' riprende la trama narrativa di Brown Rice, ritmo africano e delicate parole sussurrate da un Cherry in versione capo tribale.
Infine 'Degi-degi' a dispetto del titolo sempre molto esotico rientra più nell'alveo del jazz occidentale con sconfinamenti nel funk e ancora nella musica afro.
E' un album assoluto, profondo e mistico, da ascoltare e ricordare come una pietra miliare nella storia del jazz.
giovedì 13 giugno 2013
TALES OF ANOTHER (1977) - GARY PEACOCK
Ritroviamo Gary Peacock qui in formazione tipo con Keith Jerreth al piano e Jack DeJohnette alla batteria.
E' la stessa formazione che per anni (dal 1983 al 2002) ha composto cd al ritmo di uno all'anno e si è esibita in teatri e palazzetti di mezzo mondo.
In questo album del 1977 è però il bassista americano, alla sua prima apparizione come leader, a guidare il gruppo verso le sonorità tipiche del trio.
La batteria di DeJohnette con il sapiente uso di piatti e spazzole, per poi spaziare su tutto il suo ampio repertorio è quanto di meglio si possa avere sul panorama mondiale del jazz. Il piano suonato classico di Jarreth con il suo 'accompagnamento' tipico della voce, esprime virtuosismo a stento trattenuto da note a volte interrotte da pause mai casuali.
Eppure l'album sembra non avere un suo sound veramente riconoscibile, come un marchio di fabbrica. I talenti si sprecano e l'album è studiato in maniera maniacale fin nei minimi dettagli; tuttavia nonostante ripetuti ascolti non sono mai riuscito ad apprezzarlo veramente e a considerarlo unico.
Consigliato a chi suona uno strumento (piano, basso o batteria) e si vuole confrontare o trovare ispirazione da un punto di vista tecnico.
mercoledì 5 giugno 2013
GNU HIGH (1976) - KENNY WHEELER
Il trombettista canadese
(classe 1930) emigra a 22 anni a Londra e inizia la sua carriera jazzistica in
grandi bing band di stampo prettamente inglese.
Dopo aver abbracciato
negli anni 60 il free jazz e aver composto un paio di album come compositore
viene ingaggiato dalla ECM per un progetto di grande spessore, con la
collaborazione di importanti nomi del jazz internazionale riuniti da Manfred
Eicher in un album dall’inconfondibile sound dell’etichetta tedesca.
L’astro nascente Keith
Jarrett al piano, un già esperto Dave Holland al basso e un batterista di
spessore e creatività come Jack DeJohnette, sono riuniti dall’insolito suono
del ‘filicorno’ di Kenny Wheeler.
Tre soli pezzi. Si parte
con ‘Heyoke’, dallo stile fresco e informale, con le atmosfere tipiche del
sound Ecm, permeate da accenni di free jazz.
L’album scivola via veloce
con ‘Smatter’, melodica e più tradizionale rispetto agli altri due pezzi del cd.
A chiudere l’album
l’elegante ‘Gnu suite’, una inconsueta sperimentazione musicale, con delicate
note deframmentate e fluttuanti.
E’ un album complesso ed
elaborato nell’interazione tra gli strumenti del quartetto, difficile da capire
al primo ascolto. Ancora oggi dopo innumerevoli ascolti mi capita di imbattermi
in passaggi che non avevo mai considerato; su tutto il filicorno di Wheeler
traccia dei sentieri quasi impercettibili, sofisticati e di non facile
individuazione per un ascoltatore distratto.
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