Jazz

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giovedì 11 luglio 2013

BITCHES BREW (1970) - MILES DAVIS



L'ascolto di Bitches Brew, il capolavoro di Miles Davis pubblicato nel 1970 dalla Columbia Records, mi provoca ogni volta un'emozione sempre nuova.
Tante sarebbero le cose da dire e poche, pochissime le cose non ancora raccontate di questo doppio album che ha cambiato la storia del jazz, dopo Kind of blue dello stesso Davis.
Come raccontare in maniera originale le liriche ancora incredibilmente moderne, il ritmo che si ispira alla musica tribale africana con influenze funky ma senza mai sembrare ripetitivo come tanti altri lavori che si sono ispirati (prima e dopo) allo stesso genere.
E ancora come raccontare senza cadere nell'ovvio i 20 minuti di puro capolavoro musicale di Pharaoh's Dance dove la tromba di Davis sembra danzare sul ritmo potente della batteria di Larry White e Jack DeJohnette mentre il resto del gruppo si affanna ad amalgamare le note in un complesso sottofondo musicale.
E ancora l'improvvisazione collettiva di Bitchies Brew, che rallenta per poi correre ancora veloce in una corsa affannosa fino alla fine del brano, il ritmo incalzante della batteria in Spanish key anticipato dall'improvvisazione di solisti del calibro di Wayne Shorter al sassofono, Chick Corea al piano, John McLaughilin alla ispirata chitarra elettrica, solo per citarne alcuni.

Ma l'innovazione di Miles Davis non è da ricercare unicamente nell'introduzione dell'era elettrica nel jazz ma anche e soprattutto nell'originalità del disco dovuta alla capacità di un artista nel pieno della sua creatività artistica di sapersi circondare di grandi musicisti-solisti, di ispirati compositori (Shorter, Davis, Zawinul) e di una etichetta di produzione che all'epoca era al suo massimo splendore (determinante il lavoro in studio di Teo Macero); ognuno ha dato un suo personale e originale contributo alla creazione di un album che rimarrà per sempre nella storia della musica (non solo jazz).




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